Balan Wonderworld – Recensione

Balan Wonderworld – Recensione

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Scrivere la recensione di Balan Wonderworld è difficilissimo, destabilizzante, ogni parola inchiostrata alla stregua di una pugnalata al cuore, considerando quello che sarebbe potuto essere e che invece non è stato, dato il pedigree dell’opera codificata da Arzest, Yuji Naka e tutte quelle laboriose menti in grado di dare i natali a creature giocose mitologiche quali Final Fantasy e Sonic the Hedgehog.

Gamesource vorrebbe, per un istante soltanto, avere la capacità di trasformarsi alla stregua di ciò che fanno i protagonisti della creatura oggetto della recensione, divenendo un simulacro di quell’Atari che nel 1983 o giù di lì si diresse nel New Mexico per sotterrare migliaia di cartucce invendute. E sì perché Balan Wonderworld, anziché ambire a rinverdire i fasti di un genere, quello platform, recentemente omaggiato da grandiose realizzazioni quali, una su tutte, Crash Bandicoot 4: It’s About Time, sintetizza tutto quello che un esponente del genere non dovrebbe fare. Balan Wonderworld è un titolo semplicemente da dimenticare.

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Sebbene la storia che fa da sfondo all’intera vicenda narrata sembrerebbe perfettamente in linea con le aspettative, incrociando alle atmosfere festanti di un musical brillante quel senso di malinconia e profonda tristezza similare a quello rilevabile in NiGHTS Into Dreams, il principale stimolante della fuoriuscita di stille di secreto lacrimale dalla rima palpebrale non è l’atmosfera permeante ogni singolo bit di Balan Wonderworld, quanto la sua parte giocata, come delineato nel resto della recensione.

Pad alla mano e scartavetrata la fumettosa apparenza, infatti, il titolo di BALAN COMPANY appare in tutta la sua soporifera meccanica basata sulla lenta esplorazione di livelli caratterizzati da un design piatto, monocorde, senza colpi di scena. L’introduzione di un’ottantina di costumi collezionabili, ognuno custode di una caratteristica precipua in grado di abilitare ad alcune azioni altrimenti impossibili da performare, non riesce nell’invero improbo compito di differenziare adeguatamente il ritmo di una produzione contraddistinta da una serie di sfide connotate da un tasso di appeal e difficoltà praticamente prossimo allo zero assoluto.

La possibilità di acquisire detti costumi nel corso dell’avventura spalanca le porte alla necessità di tornare indietro sui propri passi e completare appieno un precedente livello mediante l’abilità appena acquisita, aggiungendo un filino di longevità all’intera epopea piattaformica.

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Come da tradizione, i vari livelli sono spesse volte inframezzati da boss fight che, teoricamente, dovrebbero prelevare a piene mani dal canovaccio ludico del videogioco e avviluppare l’homo ludens nelle proprie tentacolanti spire: queste parti sono regolarmente presidiate da nemici aventi pattern d’attacco prevedibili e scontati, poco interessanti ed elementari nella loro estrema basicità. E poco importa che il character design sia perlomeno in linea con gli stilemi delle produzioni targate Yuji Naka, quando la noia interviene rapidamente a gamba tesa sugli arti inferiori dell’indifeso videogiocatore, abbattendone ogni velleità completistica.

Neanche il reparto cosmetico di Balan Wonderworld riesce a farlo risalire, considerando come anche nella versione testata, quella PlayStation 5, non manchino grane a livello tecnico. Considerando l’esiguo numero di poligoni mossi a schermo e i limitati effetti speciali che frequentano le scene mosse a video dall’engine di gioco, la presenza di slowdown, tearing e arrancamenti della telecamera virtuale rappresentano un biglietto da visita davvero poco invidiabile per l’opera prodotta da Square Enix.

La presenza di una modalità multiplayer locale, che permette ad un secondo giocatore di prendere parte al gioco, fatica a convincere e risulta essere soltanto un pallido palliativo pensato per coloro i quali volessero affrontare in coppia gli stage di Balan Wonderworld. L’unica nota davvero confortante del titolo e dell’intera recensione è il reparto sonoro: alcune melodie proposte nel mezzo dell’azione risultano adeguatamente catchy e particolarmente adatte alle atmosfere trasognate che fanno da sfondo alla produzione tutta.

Una nota piacevole della versione PlayStation 5 è sicuramente quella dell’utilizzo dei grilletti adattivi di DualSense: sebbene non propriamente game changing, l’utilizzo sui trigger di differenti livelli di resistenza correlati a ciascun costume utilizzato rappresenta comunque una simpatica implementazione. Da segnalare come lo sfruttamento dei dorsali sia assolutamente opzionale, in quanto le medesime azioni possono essere performabili attraverso i tasti frontali del controller Sony.

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Balan Wonderworld incarna, all’interno del proprio corredo cromosomico, tutto quello che un platform non dovrebbe proporre. Lenta, noiosa e poco interessante, la nuova opera di Yuji Naka delude e si propone, a pieno titolo, come candidata al poco ambito premio di più grande delusione videoludica dell’anno.

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